venerdì 5 maggio 2017

C’è l’accordo sui call center: l’80% deve essere in Italia

Limitare il ricorso alle delocalizzazioni dei call center e fermare la corsa al ribasso degli appalti a carico del costo del lavoro. Sono i punti pricipali dell’accordo firmato a Palazzo Chigi dal governo con 13 imprese che rappresentano il 65% del fatturato del settore. Il protocollo è stato firmato alla presenza del presidente del consiglio, Paolo Gentiloni, e del ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, dai vertici di Eni, Enel, Sky, Intesa Sanpaolo, Tim, Fastweb, Poste Italiane, Trenitalia, Ntv, Unicredit, Wind-Tre, Mediaset e Vodafone. 

In particolare l’intesa, della durata di 18 mesi rinnovabili tacitamente, prevede che il 95% delle attività di call center svolte direttamente dalle imprese sia svolto in Italia e che l’80% di quelle derivanti dai nuovi contratti in outsurcing siano effettuare sul territorio nazionale. Inoltre viene estesa anche al settore privato la sterilizzazione del costo del lavoro dalle offerte dei fornitori dei servizi di call center. In sostanza verranno escluse quelle offerte il cui valore sia al di sotto ai costo orario del lavoro. 

L’accordo introduce anche strumenti di tutela analoghi a quelli previsti dalla clausola sociale e vara alcune misure a garanzia della qualità del servizio. Tra queste la certificazione linguistica per gli operatori fuori dal territorio nazionale, applicazione delle norme sulla privacy anche per i servizi erogati dall’estero, il rispetto delle fasce orarie definite dalla legge e dalle autoregolamentazioni. Prevista una verifica dei risultati raggiunti dopo 12 mesi di applicazione dell’intesa.

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